“Anche il piatto ha paura di te”…

Il bisogno di cambiare, di diventare normale, di sentirsi meno diverso, di potere sperimentare la vicinanza con me senza sentire la violenza della relazione è un mondo nuovo per lui.
– L’altro giorno mio padre mi disse a tavola: ‘Vedi come sei violento? anche il piatto ha paura di te’ – mi dice. Poi:
– Io non ero violento, ho capito che era lui ad avere paura di me.
Ha raggiunto la competenza relazionale di sapere distinguere a chi appartengono i vissuti. Si avvicina al mondo delle donne, non più disgustose come prima o inferiori:
– Mi vergogno a dirle certe cose perché è una donna, mentre prima sarebbe stato umiliante parlare con un terapeuta uomo, adesso sento che non tutte le donne sono come mia madre. E ancora:
– Mia madre se sono violento e la tratto male si avvicina e viceversa ho bisogno di essere ancora più violento proprio perché è vicina, mi invade… non la fermo più. Se mi avvicino normalmente, lei mi respinge.
[…] Il mio esserci è stato come una presenza silenziosa ed attenta, a volte chiarificatrice e di sostegno, una presenza che non c’era mai stata in quel vuoto angosciante della sua esistenza (ricostruire con introiezioni sane e destrutturare gli introietti arcaici). Durante quest’anno decide di raccontarmi la sua storia…


Valeria Conte, Il lavoro con un paziente seriamente disturbato: l’evoluzione di una relazione terapeutica in G. Salonia, V. Conte, P. Argentino, Devo sapere subito se sono vivo. Saggi di psicopatologia gestaltica, Ed. Il pozzo di Giacobbe, pag. 102

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