Stili ‘patologici’ di attesa…


Il problema è dunque quello di tracciare la linea di demarcazione tra stili personali e stili ‘patologici’ di attesa. Uno stile funziona se non è rigido, se si modifica a seconda delle circostanze, se permette di individuare con accuratezza quello che si vuole, la strada da percorrere e l’energia per raggiungerlo. Gli stili passivo/rinunziatari falliscono quando bloccano l’azione per evitare la sofferenza di sostenere la tensione dell’aspettare, l’umiliazione del chiedere e la possibilità di venir rifiutato. Gli stili attivo/decisionisti non portano frutto se esprimono la volontà irrealistica di controllare ogni cosa e servono a proteggere dalla sofferenza del fallimento e della sconfitta, esperienze ineliminabili dell’esistenza. Se è vero che, in ultima analisi, nessuna strategia in sé stessa è vincente, è altrettanto vero che l’esperienza stessa del desiderare, del nutrire aspettative, diventa percorso maturativo se vissuta come occasione di apertura massima delle potenzialità inesplorate e quale esperienza purificatrice e luminosa dell’umana capacità di realizzarsi nel consegnarsi ad un’aspettativa, secondo il kierkegaardiano «la purezza del cuore è volere una cosa sola». In termini processuali, si tratta di andare al di là di introietti o di paure, di narcisismi e autosufficienze, per ripristinare la connessione tra il momento del dare nome alle attese e quello del far s. che si realizzino, qui-e-adesso, con il now-for-next.
Giovanni Salonia

Etichette: