Narrare è anzitutto "la capacità di scambiare esperienze"…


Non a caso, d’altronde, secondo la psicologia evolutiva contemporanea (a cui più volte faremo appello attraverso gli studi di Stern e dell’Infant Research, collocandoli adeguatamente in un’ottica gestaltica) l’apprendimento del linguaggio "permette a due persone di dar vita scambievolmente a nuovi significati prima sconosciuti", perché, quando "la conoscenza già esistente delle transazioni interpersonali (vere, desiderate e ricordate) che coinvolgono il Sé e gli altri oggettivabili può essere tradotta in parole", allora "diventa possibile condividere i significati". Ora, ogni distinzione tra condivisione di significati e narrazione (come viene poi operata peraltro dallo stesso Stern) rappresenta un discrimine filosoficamente inutile, se narrare è anzitutto "la capacità di scambiare esperienze". Voglio dire che la funzione narrativa è parallela alla nascita del linguaggio, e che bisogna perciò seguire il processo sin dalle sue prime mosse per coglierne la valenza poetica, senza farsi condizionare dalle tappe evolutive piagetiane, ma prendendo coscienza dell’immersione primordiale del bambino nel mondo della relazione linguistica, senza la quale è impensabile ogni maturazione e ogni stabilizzazione delle capacità intellettive potenziali. 
Antonio Sichera

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