La dimensione triadica del piacere corporeo tra identità, relazione e tempo.


Il primo aspetto che emerge quando ci si accosta alla sessualità è il piacere corporeo. Questo piacere – da qualcuno chiamato libido – è una spinta forte, inarrestabile. L’uomo non solo vuole allentare la tensione (secondo una visione idraulica della sessualità), ma vuole raggiungere attraverso il piacere la pienezza. Il piacere corporeo ha come componente ineliminabile l’intensità e l’integrità: nel tempo del piacere ci si sente vivi, il corpo vibra e sperimenta la fine di ogni tensione perché vive l’integrità corpo/anima. Il piacere è vissuto come un brivido che apre per un attimo spazi e dimensioni nuove, le quali però, sfortunatamente, dopo un po’ si richiudono. Pare che compito del piacere sia dunque condurci non alla pienezza ma alla soglia di essa… solo che, se si resta sulla soglia, la pienezza si intravede ma non la si raggiunge. Anzi il piacere può diventare, in questa prospettiva, un’ossessione ostinata (con comportamenti compulsivi) perché si confonde la soglia per l’interno: parafrasando Lewis, si chiede al piacere quello che il piacere non può dare. 
Se guardiamo la condizione umana, inoltre, ci rendiamo conto che il piacere corporeo ha sempre una struttura triadica: mi dice di me, dell’altro e del tempo che passa. In modo geniale, Freud ha compreso che è proprio il piacere corporeo il modo in cui il bambino apprende l’unicità del proprio corpo, l’alterità del corpo dell’altro e la misura del tempo.  Le fasi evolutive altro non sono che l’evolversi del piacere.
Quando il bambino vive il piacere del cibarsi (nelle sue duplici funzioni di succhiare e mordere) sperimenta le modalità del ricevere dall’altro. Il piacere dell’essere nutriti e del nutrirsi gli svela il proprio corpo, il tempo della fame e del cibo, e il corpo dell’altro che lo nutre. Il piacere è, nella struttura antropologica, una danza relazionale.

[…] La parola d’ordine diventa consegnarsi: parola chiave di ogni pienezza. Per consegnarsi con pienezza all’altro è necessario aver prima accettato la propria solitudine, il limite, la morte: solo allora – e non prima – quel consegnarsi all’altro non sarà ricerca di consenso ma incontro che rigenera. Paradossalmente, solo chi si consegna pienamente all’altro ritrova pienamente se stesso. 
Giovanni Salonia

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