Per un’ermeneutica della narrazione.


[…] il racconto non è una forma letteraria tra le altre. Il suo dominio travalica abbondantemente ogni confine strettamente estetico per dilagare nello spazio vitale costitutivo delle soggettività e dei gruppi umani, impensabili senza narrazione, senza racconto. Se non abbiamo nulla da raccontare e da raccontarci, se la memoria individuale e collettiva è un contenitore vuoto, non si può parlare di sussistenza e sviluppo di una vita propriamente umana.
[…] Ma se da un lato possiamo ormai riconsegnare il soffrire al suo spessore relazionale, riportandolo alla situazione incompiuta, alla ferita e all’apertura dell’incontro mancato o incompiuto con l’altro (così da disvelarne la profonda intenzionalità di contatto), appare urgente, per converso, concentrarsi in maniera adeguata sul processo stesso della scrittura finzionale in quanto attivazione del versante interno del confine di contatto, in cui la «traità» costitutiva assume un carattere «intrapersonale» e dove il sé funziona dunque quale elastica membrane di contatto fra l’io, soggetto della parola, titolare del suo lessico, del suo ritmo, del suo tono, e il tu interno all’organismo, che tale pronunzia rimodula facendosene ascoltatore e modificatore, in base «all’aspettativa instaurata dai sentimenti».

Tratto da A. Sichera, Per un’ermeneutica della narrazione. Prossima uscita nella rivista TESTO, Studi di teoria e storia della letteratura e della critica (nuova serie anno XXXIII), n° 63, Fabrizio Serra Editore, 2012.

Etichette: