Gestalt Therapy hcc Kairos

martedì 16 gennaio 2018

Tra scelta e pienezza…

Ogni scelta avvia un processo consequenziale di altre scelte che la accompagnano: si tratta di quei processi stocastici che permettono alla freccia di raggiungere il bersaglio. In questa successiva fase subentra un meccanismo quasi contraddittorio, per cui dalla iniziale libertà di scegliere si passa alla necessità di scegliere. Se ho scelto di andare in un posto, tutte le scelte che seguiranno dovranno essere coerenti con la scelta iniziale. Questo gioco tra libertà (iniziale) di scegliere e necessità (sequenziale) di scegliere costituisce la grammatica del processo di discernimento nelle varie fasi decisionali. 
Esistono due momenti e due qualità di discernimento: si discerne su quale via imboccare e, in seconda battuta, si discerne su come portare avanti la decisione che è stata presa. La coerenza tra i due discernimenti (quello per decidere la strada e quello per portare a pienezza la scelta compiuta) rende una persona coerente e affidabile. Questa distinzione – si vedrà – è decisiva, in quanto si tratta di due processi differenti: quello che porta alla scelta (che possiamo chiamare all’integrità e Francesco d’Assisi chiamava alla “vera” scelta) e quello – non meno decisivo – che passo dopo passo conduce, sulla linea della scelta compiuta, alla pienezza (Francesco usava l’aggettivo “perfetta”). Un esempio. Un religioso può essere in crisi perché non sente più sua la vita consacrata (crisi di integrità) o perché – pur non mettendo in dubbio questa scelta – non si sente in esso realizzato (crisi di pienezza). E’ chiaro che si tratta di due crisi che richiedono processi di discernimento radicalmente differenti. Nelle crisi di pienezza si tratta di individuare quali esperienze mancano nella concretezza della propria esistenza e quali percorsi per rendere piena l’integrità, nella crisi di integrità si mette in discussione proprio lo stile di vita che non si sente più sintonico con la ricerca di un altro stile di vita.

Giovanni Salonia, Gustare per decidere. Percorsi francescani di discernimento., in AA.VV. Noi però abbiamo un sogno. Dall’Amoris Laetitia nuovi stili di umanizzazione della vita consacrata, Conferenza Italiana superiori Maggiori, Roma 2017, pagg. 72-73




giovedì 11 gennaio 2018

Le dinamiche della scelta dei posti (anche a tavola)…

Alcune dinamiche che non riescono ad emergere spontaneamente sono particolarmente significative e restano sospese nel campo relazionale come attese o pretese: ‘quale corpo voglio sentire lontano o vicino?’, ‘quale sguardo voglio avere frontale o di fianco (percezione visiva)?’, ‘verso quale corpo sono proteso?’. Molto della storia della famiglia ci si offre e ci si racconta nella scelta dei posti (anche a tavola). È proprio vero che nell’ovvio si mostra la profondità della superficie. Nei dettagli, poi, si sa, si nascondono o Dio o il diavolo. I dettagli relazionali (quello sguardo quasi furtivo, quel tendere del corpo che è al di là delle
parole) sono come una freccia puntata nella direzione che non si riesce a imboccare. In questa acuta attenzione terapeutica alla prossemica relazionale, è fondamentale non interpretare ma far risuonare dentro il proprio corpo le sensazioni, aspettando il kairós per intervenire. Decisivo poi in questo modello di FGT è non fare mai commenti sul non verbale o sulla prossemica. Dire ad una persona che si accarezza il braccio «Cosa sta facendo la tua mano?» o «Vedo che ti stai accarezzando» provoca solo chiusura e contrazione corporea, bisogno di proteggersi da invasioni indebite. Sensazioni che diventano ancora più fastidiose di fronte agli altri membri della famiglia. Per introdurre il lavoro sulla prossemica, può essere utile porre delle domande che favoriscano l’attivazione, come: «Chi vorresti sentire più vicino?», «Se volessi giocare a cambiare posto, dove ti metteresti?». Ovviamente dopo aver cambiato posto (o averne soltanto espresso il desiderio) si può chiedere cosa questo gioco iniziale ha provocato, ha rivelato, ha confermato da una nuova prospettiva.

Giovanni Salonia, Danza delle sedie e danza dei pronomi. Terapia gestaltica familiare, ed. Il Pozzo di Giacobbe, Trapani 2017, pagg. 95-96







lunedì 8 gennaio 2018

Una coppia childfree…

Nel contesto del nuovo vivere insieme, una tendenza attuale sembra caratterizzare la transizione alla genitorialità, quale scelta di non generare. Se nel passato tale scelta avveniva prima possibile e facilmente, oggi la procreazione viene spesso posticipata o in alcuni casi non progettata affatto. E’ il caso delle coppie che scelgono di non avere figli (Salerno, 2010). Naturalmente nella situazioni in cui tale scelta risulta condivisa da entrambi i partner childfree, non ha molto senso riflettere sulla motivazione che li ha spinti a tale decisione. Tuttavia, quando la decisione è invece unilaterale, non condivisa del tutto dai partner, può subentrare un’interruzione nel ciclo della vita della coppia, espresso da un segnale di disagio o un malessere profondo da parte di uno dei partner. Anche in queste situazioni cliniche, mantenere nello sfondo una mentalità che guarda al coparenting come uno strumento che apre al terzo e ai vissuti corporei diventa una strada che può facilitare la presa di consapevolezza del proprio disagio. Diventa innanzitutto basilare introdurre la coppia alla prospettiva genitoriale.

Aluette Merenda, Il coparenting nelle forme familiari postmoderne: nuovi scenari clinici in Gestalt Therapy, in Aluette Merenda (ed.), Genitori con. Modelli di coparenting attuali e corpi familiari in Gestalt Therapy , Assisi 2017, Cittadella Editrice, pag. 155




giovedì 28 dicembre 2017

Cosa racconta il sintomo di un corpo che sta cambiando in una famiglia?

La famiglia viene in terapia per consegnare un sintomo al terapeuta e chiedere che al più presto e nel modo più indolore esso venga espulso come qualcosa di estraneo o minaccioso. Il terapeuta sa che non può accogliere questa richiesta, perché toglierebbe a tutta la famiglia, e non solo al ‘paziente designato’ (pd), le potenzialità di energia vitale e crescita racchiuse (e bloccate) nel sintomo. Espellere il sintomo sarebbe d’altronde un’operazione inutile: sul lungo termine esso tornerebbe a manifestarsi sotto altre forme, nel paziente designato o in altri membri della famiglia. Il sintomo nasce quando il corpo di un figlio vive un disagio che i corpi dei genitori non riescono a contenere e che amplificano. Esso contiene il cortocircuito tra la spinta corporea al cambiamento e il terrore corporeo di cambiare. Il sintomo racconta insomma, in modo sofferto e non sempre lineare, di un corpo che sta cambiando, di una famiglia che dovrebbe ma non riesce a cambiare con lui, di altri corpi che invece di dare sostegno entrano in vissuti di paura, in tensioni antiche che ritornano e premono per diventare figura ed essere elaborate. La famiglia, di fatto, chiede aiuto perché non è riuscita a mettere a tacere (ma neppure a comprendere) il disagio di un corpo che destruttura l’ordine emozionalee fa emergere i disagi dei corpi familiari. Comprendere i processi familiari (‘quale cambiamento in questa famiglia è iniziato?’, ‘in che modo è bloccato?’, ‘come stanno male gli altri corpi?’, ‘in quale fase della linea evolutiva questa famiglia è bloccata?’) offre al terapeuta un preciso orizzonte per elaborare un progetto terapeutico: facilitare nella famiglia il passaggio al next step del ciclo evolutivo.

Giovanni Salonia, Danza delle sedie e danza dei pronomi. Terapia gestaltica familiare, ed. Il Pozzo di Giacobbe, Trapani 2017, pagg. 91-92