Gestalt Therapy hcc Kairos

giovedì 16 novembre 2017

Grazie alla terapia iniziare a , ‘masticare’ e analizzare le sue sensazioni corporee…

È presente frequentemente una confusione nei vissuti che disturba i livelli di consapevolezza, ma sono presenti anche forme di desensibilizzazione (mancanza di percezione del proprio corpo), che a volte spingono a comportamenti autolesivi che esprimono in modo parossistico il bisogno di sentirsi. È in questi casi che in GT parliamo di disturbo della funzione-Es del Sé. Ricordo il travaglio emotivo e la sofferenza di Maria. Da sei anni lottava contro attacchi di panico devastanti e invalidanti, non usciva di casa se non per lavorare o per brevi tragitti. Come diceva lei, non si riconosceva più: fino a 32 anni tutto era andato bene, si era dedicata al lavoro e alla brillante carriera professionale, era una giovane donna indipendente, autonoma e attiva. All’improvviso, un’estate al mare si verifica il primo attacco di panico. Da allora la paura e l’ansia di stare al mare la bloccano al punto tale da non riuscire più ad andarci. Contemporaneamente, però, il suo corpo inizia a farsi sentire, anche se in questa prima fase è solo attraverso il sintomo che esprime la sua sofferenza devastante. Il suo corpo, infatti, era molto rigido e controllato, perché teneva dentro un grande drammatico segreto. Inizia così la cura psicoterapica e farmacologica. Nel lungo percorso psicoterapico, il lavoro fatto insieme è stato il cominciare a discriminare il suo sentire da un magma indifferenziato, ‘masticare’ e analizzare le sensazioni corporee, dare il giusto nome al suo sentire, permettere al suo corpo di iniziare a sentire e riconoscere i suoi bisogni e vissuti.


Valeria Conte (intervista di R.G. Romano), Il paziente borderline: una ostinata e sofferta richiesta di chiarezza, in G. Salonia,V. Conte, P. Argentino, Devo sapere subito se sono vivo. Saggi di psicopatologia gestaltica, Ed. Il pozzo di Giacobbe, pagg. 152-153



lunedì 13 novembre 2017

“Io”, “tu” ed “esso” nel racconto orale secondo Goodman…

In questo senso un indicatore primario della narrazione, da più parti oggi riconosciuto, ovvero il destinatario del racconto, è effettivamente l’altro a cui la parola narrata, e dunque il suo poietès, si rivolgono come a un ‘tu’ davanti al quale il racconto prende corpo. Perché ad ogni ‘tu’ (e ad ogni comunità di ascoltatori o di lettori) si offre un racconto diverso; ad ogni risposta, ad ogni feedback dell’altro corrisponde una modulazione diversa della storia. Non si può dunque dar conto dello statuto esperienziale del narrare senza puntare l’attenzione, da un punto di vista squisitamente fenomenologico e gestaltico, sulla descrizione e sulla comprensione del racconto orale in quanto processo di contatto, atto linguistico in cui – riprendendo Goodman – l’”io” è “lo stile e in particolare il ritmo, l’animazione e il tono, che esprimono il bisogno organico” del narratore: il “tu” coincide con “l’atteggiamento retorico effettivo nella situazione interpersonale”, come il desiderio di emozionare, di informare, di condizionare, ecc. tramite il racconto; e l’”esso” si riferisce al suo contenuto: “Quando il contatto è buono […] questi livelli aderiscono compatti l’uno all’altro nella realtà presente”. Ma se il ‘tu’ è il motore di ogni storytelling costruito nel contesto della conversazione, la sua funzione orientatrice e modificatrice si esplica anche nello spazio della scrittura, dove l’interlocutore visibile viene meno.

Antonio Sichera, Per un’ermeneutica della narrazione, in Testo. Studi di teoria e storia della letteratura e della critica, 63 Nuova Serie- Anno XXXIII, Gennaio-Giugno 2012, Fabrizio Serra Editore, pag. 29



giovedì 9 novembre 2017

“Apprendere a cambiare”…


Nel prolungarsi della media della vita che caratterizza il nostro contesto storico, l’attenzione ai cambiamenti del corpo e delle relazioni diventa itinerario maturativo imprescindibile. È ormai scontato che la crescita non termina con l’adolescenza! Si presentano come momenti più delicati e cruciali del ciclo vitale le fasi di transizione, quelle in cui avviene il ‘passaggio’ da un equilibrio corporeo e relazionale raggiunto e consolidato (ma ormai da lasciare) a nuovi equilibri che devono essere inventati. Emerson ha scritto che l’uomo dimostra la sua grandezza proprio nel modo in cui affronta questi passaggi. 
È allora che deve attraversare il vuoto, l’insicurezza e deve chiudere i conti con le ferite più antiche. Si può affermare che in questi passaggi la vulnerabilità e la fragilità della persona raggiungono punte di grande intensità e anche di malessere fisico. Ma senza assumere i nuovi compiti evolutivi non è possibile sperimentare nuovi traguardi maturativi. Tre fasi scandiscono le transizioni: la sensazione della fine (le competenze e gli equilibri raggiunti si rivelano insufficienti), la zona grigia (non si è più come prima e non si è ancora diversi) e i nuovi inizi (frammenti di luce e di pienezza che di tanto in tanto squarciano il buio). Il corpo che da bambino diventa adulto, il corpo che conosce la solitudine inquieta o placata, il corpo che conquista l’intimità amorosa di un altro corpo, il corpo che si apre alla fecondità e a nuovi corpi, il corpo che conosce la fatica del lavorare e del creare, il corpo che soffre la malattia, il corpo che esala l’ultimo respiro... ecco i passaggi decisivi del ciclo vitale. Nelle società primitive la comunità offriva un sostegno specifico a coloro che vivevano tali momenti attraverso i riti di passaggio. Il venir meno di quei momenti rende oggi più difficile (e, a volte, addirittura impedisce) la crescita sana e piena.

Giovanni Salonia, Sulla Felicità e dintorni. Tra corpo, parola e tempo, Ed. Il Pozzo di Giacobbe, pagg. 145-146




lunedì 6 novembre 2017

“Non mi piace come sei seduto”…


Se è la funzione-Personalità ad intervenire nella presenza empatica di fronte ai figli, anche la funzione-Es, il livello emozionale, deve essere sottoposta alla funzione-Personalità. Una signora si lamenta perché il figlio di tre anni non le ubbidisce e mi racconta un ultimo episodio: lui mangia stando seduto sulla punta della sedia. Lei gli dice: «Non mi piace come sei seduto». Il figlio replica: «A me piace». Siamo qui di fronte ad un’impostazione educativa distorta: ‘mi piace’ o ‘non mi piace’ attengono infatti alla sfera della funzione-Es, ma quando la madre dà ordini li impartisce in quanto genitore. La madre – da madre! – avrebbe dovuto dire qualcosa tipo: «Non devi stare seduto cosi. Io sono la mamma e ti dico che è pericoloso».
Nella postmodernità, il rilievo accordato alla sfera emozionale e alla preminenza della soggettività ha rischiato, a livello educativo, disfunzioni significative della Personalità. L’insistere sull’autorevolezza rischia di far dimenticare che l’educare poggia sulla funzione-Personalità (‘chi sono io che dico questo’) e l’autorevolezza è un metodo, ma non il principio fondante. Si può infatti essere autorevoli senza essere di per sé un’autorità, e viceversa.

Giovanni Salonia, Danza delle sedie e danza dei pronomi. Terapia gestaltica familiare, ed. Il Pozzo di Giacobbe, Trapani 2017, pagg. 61-62




giovedì 2 novembre 2017

Mi è venuta voglia di sistemarmi di più…

Da allora emerge ad ogni seduta il tema della femminilità. Piccoli passi attraverso i quali mi racconta – tra paura e coraggio – il percorso verso la propria femminilità più intima che prima ignorava, perché la avvertiva come ‘ripugnante’. Questo cammino la rende pronta ad affrontare la prima visita ginecologica. Ormai sono parecchi anni che seguo Giada. Un cammino intenso che è iniziato con le sue poche parole, i suoi lunghi silenzi, la sua fragilità, ritmato dai suoi «Non so che dire…». In questi anni ho compreso che probabilmente lei cercava qualcosa nel proprio sentire, ma non trovava niente che le appartenesse davvero. Il suo corpo, invisibile e silenzioso, dava l’idea della mancanza di confini. Tutto poteva entrare: parole, immagini, vissuti, persone. Per questo quando qualcosa usciva non lo riconosceva. Poteva essere qualcosa di cattivo, di aggressivo, certamente ‘brutti pensieri’. L’agire era solo rischio di fare del male. Crescere era vissuto come angoscia di essere diversa. Siamo ancora lì, nel luogo e nel tempo del nostro appuntamento settimanale, entrambe puntuali. Continuo a non sentirla quando arriva, cammina silenziosa, ma adesso – è strano – non la sento arrivare… eppure so quando arriva! In una delle ultime sedute, dopo il silenzio, oramai diverso, in cui lei prepara le parole per chiedermi qualcosa, mi dice:
Pz.: Devo dirle una cosa… dall’ultimo incontro, non so che è successo, ma mi è venuta voglia di sistemarmi di più, di mettermi vestitipiù carini, di curarmi di più.
Ho sentito dentro una commozione intensa: il corpo di Giada ha ritrovato la sua integrità e vibra ora aprendosi alle innumerevoli possibilità della sua vita.


Valeria Conte, «Se ho paura di morire, posso morire?» La Gestalt Therapy con una Paziente con Linguaggio Borderline, in G. Salonia (ed.), La luna è fatta di formaggio. Terapeuti gestaltisti traducono il linguaggio borderline, Ed. Il pozzo di Giacobbe, pag. 151